I BAMBINI DI SALE

Scrivere storie drammatiche che tocchino l’anima non e’ semplice, ma anche quando fossero davvero ben scritte, e’ raro trovare chi le sappia raccontare. Non e’ comune, purtroppo, che una storia profondamente umana ci venga narrata senza risultare patetica o morbosa, non e’ comune che il racconto sappia oltrepassare la resistenza che le persone istintivamente oppongono all’immaginario del dolore. Ecco perche’ si prova un particolare piacere nell’assistere ad uno spettacolo che sai potrebbe essere un peso e invece si rivela una intensa carezza. E’ il caso della messa in scena di “Bambini di Sale”, di Herna’n Galindo, ad opera del regista Jacopo Bezzi, come Saggio di Diploma del corso di Regia dell’Accademia Nazionale “Silvio d’Amico”. “Bambini di Sale” e’ un testo dalle mille sfaccettature, con immagini ricche di sensazioni pulsanti, traversate temporali che destrutturano la cronologia del racconto, perdendosi tra i ricordi del presente e la vita del passato. Come rappresentare scenicamente tutto cio’? Lo stesso regista annota: “E’ necessaria un’attenta drammaturgia dello spazio scenico dopo averne fissato le coordinate e dopo aver ascoltato cio’ che il testo ci ha comunicato. Una vera e propria sfida per gli attori sara’ rendere la recitazione e i numerosi salti temporali e di eta’ che i personaggi attraversano durante tutto il testo, in un percorso logico ma non esattamente cronologico e continuativo”. La sala teatrale e’ tutta occupata dallo spazio di rappresentazione, soltanto alcune sedie per il pubblico ai bordi del palco rialzato. La scena e’ suddivisa in tre quadri: una piccola stanza poveramente arredata, una spiaggia accanto al mare, e uno spazio indefinito, un angolo opaco da cui i ricordi affiorano e dietro il quale si perdono, il limite tra il vero e l’immaginato. Non esiste confine tra questi spazi, solo la luce li separa o li unisce a seconda dei momenti di narrazione. Nella stanza, una donna anziana sta imbastendo delle collane di conchiglie, e alle sue spalle un ragazzo con due valigie in mano si prepara ad un viaggio. Cosi’ inizia il racconto, e sebbene l’inizio sia un po’ faticoso, e sia difficile riuscire a catturare l’attenzione iniziale del pubblico, pian piano la storia prende forma, soprattutto visiva, e ti porta con se’. La storia principale, quella di Raul, e’ un continuo spostarsi da un punto a un altro qualunque della sua vita, senza ordine, senza spiegazione. Soltanto evocandoli, dai ricordi escono gli altri personaggi, gli amici di infanzia, il primo amore mancato, il primo desiderio sfiorato; la loro vita e il rapporto col protagonista delineano i momenti, le parole descrivono i sentimenti che attraversano la storia; E gli attori, spostandosi da una parte all’altra del palco, con semplici cambi di abito e di interpretazione diventano bambini, adulti, voci, presenze eteree, la loro vita esce ed entra continuamente dall’immaginario scenico. La storia si conclude con la suggestiva figura del protagonista, Raul, in partenza per un nuovo viaggio ma con lo sguardo trattenuto al passato da sette valigie, sette ricordi, sette fardelli di altrettante persone, appese letteralmente alla sua vita con un filo. Non vi diremo di piu’, l’augurio e’ che lo possiate apprezzare direttamente. Alla fine dello spettacolo, mentre scrosciano doverosi gli applausi al regista e agli attori, tutti giovani e molto bravi, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di intenso e profondo, esperienza per cui bisognerebbe sempre ringraziarne l’artefice. “I bambini di sale”, di Herna’n Galindo (trad. Antonella Caron) regia: Jacopo Bezzi interpreti: Antonella Caron(Marina), Davide Giordano (Jona’s), Luca Mannocci (Raul), Francesco Montanari(El Camaro’n), Lucia Nicolini(Sabina), Sofia Pulvirenti(Coral), Giacomo Rabbi(Angel), Andrea Volpetti(Otoniel) In scena al Teatro Studio Eleonora Duse, via Vittoria 6 dall’8 al 14 Ottobre 2008, ingresso gratuito